Predichiamo parità e pratichiamo multitasking?

Qualche giorno fa abbiamo ricevuto un’e-mail di Elena Grilli (collaboratrice e amica di Piano C, lavoratrice autonoma e mamma), che ci ha scritto per condividere le sue riflessioni sul tema caldissimo della conciliazione vita, lavoro e gestione famigliare ai tempi del coronavirus.
Ti invitiamo a leggere il suo punto di vista e, se ti fa piacere, scrivici cosa ne pensi tu.
Perché in questo #temposospeso, possiamo cogliere davvero un’opportunità di cambiamento.
Grazie di cuore Elena.
A tutte voi, buona lettura!

 
Care amiche, cari amici, conoscenti, parenti, colleghe, colleghi, 
Mi viene da scrivere a voi, e non stavolta a rappresentanti del governo. In queste settimane, come tutti credo, ho incontrato una marea di riflessioni interessanti, stimolanti, deprimenti, su come Covid-19 e relativa gestione stia impattando sulle nostre vite. Sarà che ho un figlio di 7 anni, e che sono donna, ma tanto di quello che arriva è sulla scuola, e sulle donne, in particolare con alcuni leitmotiv: l’impatto della chiusura sulle donne, sul lavoro delle donne, sul rischio di arretramento che questa situazione comporta, e sull’inadeguatezza delle misure politiche.

Spesso mi sono trovata d’accordo, altre volte no, con le riflessioni proposte, con le petizioni su Change.org, con l’esterofilia che ci indigna perché in Finlandia e Nuova Zelanda hanno premier donne fichissime, che della scuola e dell’educazione fanno priorità, e tutto sommato anche se un po’ ingessata pure i tedeschi hanno almeno la Merkel. E gli altri hanno ammortizzatori, molto di più e molto meglio, e noi solo un esercito di nonni praticamente “inutilizzabili” di qui a chissà quando, se vogliamo (e vogliamo, ovviamente) preservarli dalla pandemia.

Ora, tutto vero, ma provo, un po’ provocatoriamente e un po’ no, a cambiare prospettiva. Il titolo è:

COSA STA SUCCEDENDO NELLE FAMIGLIE, NELLE CASE, AI TEMPI DELLA PANDEMIA?

  1. È una domanda seria: che succede in casa in questi mesi? Qualcuna e qualcuno ha provato a prendere l’occasione per cambiare un po’ la struttura dei ruoli familiari? Detto in soldoni (non esaustivi), qualcuna/o di noi ha provato a dividere i compiti usuali in maniera anche lievemente diversa? Esempi sciocchi ma chiari spero: nelle chat di classe chi c’è? Si è aggiunto qualche papà? Chi aiuta i figli con i compiti? Solo uno o entrambi, magari a turno, magari “dividendosi” con i figli per chi ne ha più d’uno? Si è messo sul tavolo che era necessario in molti casi cambiare un po’ il tutto, dividere lavatrici, lavaggio pavimenti, pasti, storie della buonanotte ecc. Sono un po’ arrugginita sugli esempi nella fascia 0-3, ma sono sicura che molte/i di voi ne avranno a bizzeffe. Ah, si possono considerare anche le idiosincrasie eh, io ad esempio non riesco proprio a spolverare e non me lo potrei accollare neanche di fronte alla fine del mondo.

Spero tanto sia successo in molti casi, io sinceramente non ne ho sentito quasi nulla nel dibattito pubblico, tantomeno negli scambi con amici e conoscenti.

  1. Se non si è fatto, come si vive la vita in casa? Per caso c’è una strana nuova quotidianità, in cui l’uomo/marito/compagno è in uno studio/scrivania/angolo a lavorare dalle 8 alle 7 e le donne ribaltano casa, fanno aiuto compiti, tengono le relazioni con l’esterno, lavorano (quando lavorano), poi stremate e sfinite alla sera – ma felici perché si confermano campionesse del multitasking, del multi-thinking, del multi-loving, del multi-sti…. Finalmente si aprono una birretta e scrivono dell’ingiustizia enorme – e reale – della condizione femminile nel nostro paese, della mancanza di ammortizzatori, degli altri punti di cui scrivevo in apertura e molti altri.
  2. Per chiarezza: quando chiedo se “si è fatto”, lo chiedo prima a me stessa e alla mia famiglia, poi a tutte/i le/i destinatari di questa lettera aperta, a donne e uomini, alle famiglie in senso più largo possibile, ai coinquilini, alle coppie con e senza figli, animali, con e senza giardini, spazi aperti, possibilità o meno di pagare babysitter a distanza.

Si dice spesso, spesso a proposito, a volte a sproposito, di quanto le crisi siano occasioni di cambiamento e di portare avanti idee rivoluzionarie. Dovrebbe non valere solo per le start up o per il cambiamento interiore che l’ultima APP di meditazione ci porterà. 

Può e deve valere, secondo il mio modesto parere, per riprendere finalmente, senza vergogna, un vissuto femminista per donne e uomini, a partire dalle nostre case.

Perché Sanna e Jacinda (ma anche Angela) in Italia, ce le possiamo scordare anche nei prossimi 2 secoli, fin quando noi stesse e noi stessi continueremo a costruire famiglie, nuclei, amicizie, rapporti e relazioni basati su modelli antichi e rassicuranti. Perché se i nostri figli e le nostre figlie, i nostri nipoti e piccole/i conoscenti continueranno a vedere che noi per primi predichiamo parità e pratichiamo multitasking, sarà molto difficile che abbiano uno straccio di ispirazione da noi.

Perché le politiche e i cambiamenti nel sistema normativo arrivano molto più spesso a traino dei cambiamenti sociali che non il contrario – ergo, il voto alle donne è stato concesso dopo le mobilitazioni delle suffragette, e Sanna Marin non si è certo candidata né è stata eletta in un contesto sociale dove le donne sono ancora per lo più convinte del loro valore in maniera direttamente proporzionale a quanto riescono a “reggere”.

Perché l’inadeguatezza della scuola di fronte all’impossibilità di vedersi e toccarsi è abbastanza evidente, ma dobbiamo anche fare i conti con il fatto che – anche allentato – questo tempo sospeso durerà ancora molto, e che sta anche a noi e alle nostre famiglie renderlo un tempo migliore. Anche suggerendo e portando avanti sacrosante battaglie. A proposito, che ne pensano gli uomini? Perché se gli uomini continuano a essere assenti ingiustificati – o spesso malamente e ingiustamente giustificati dalle donne – dal dibattito sulle scuole, sui centri estivi, sul futuro dell’educazione, andrà sempre peggio.

Perché se ci fossero più uomini che dicano “no, alle 11 non posso fare la riunione in remoto perché devo fare i compiti con mio figlio/a. Ci sarò oggi dalle 14 alle 19”, se ce ne fossero molti, di uomini che fanno così, lo smart working dovrebbe per forza prendere una forma diversa dalla vessazione femminile che sta assumendo in tanti casi in questo momento. Perché se ci fossero più donne che rivendicassero, ora, in casa, il loro sacrosanto diritto/dovere di cercare un nuovo lavoro, una nuova qualifica, anche adesso, anche nell’emergenza, e che la mancanza di lavoro non può essere presa a pretesto per accartocciarsi esclusivamente sui compiti di cura, forse il dibattito pubblico si schiaccerebbe meno sul titolo onnivoro “povere donne e povere mamme, il lockdown nuoce (quasi) solo a voi ma lo sapevamo comunque già. Amen”.

Il mondo sta cambiando, certo, avremmo preferito non vivere una pandemia. Ma fatto sta, la stiamo vivendo, e se c’è un’opportunità vera, credo che in Italia possa essere quella di provare a cambiare un po’ prospettiva nel guardare le nostre case, le nostre vite. E’ faticoso, certamente. Implica conflitto e conflitto diretto, a volte, implica non avere subito un nemico esterno a cui addossare le responsabilità (e con questo non dico che i nostri governanti siano adeguatamente attrezzati eh, anzi), implica stravolgere gli equilibri nei nostri nidi. Ma d’altra parte, c’è un momento migliore per farlo, se non quello in cui siamo comunque già tutti stravolti? 😉

Con tanta fiducia e passione,

Elena

PS: Ultima nota. Sull’inadeguatezza dell’istituzione “scuola” non so, non ho abbastanza strumenti per esprimermi in maniera definiva. So però che, nella mia piccola e limitata esperienza, le maestre (si, tutte donne nel nostro caso), hanno fatto i salti mortali, davvero, per adattarsi e per star vicino, come potevano, con gli strumenti che sapevano o hanno imparato a usare, a questi bimbi. Che fanno un evidente sforzo quotidiano per fare meglio, interagire meglio, e non certo per “mettere crocette” in un registro elettronico. Considerando che a queste professioniste, queste persone, non era mai stato neanche lontanamente prefigurato né richiesto di fare un salto così radicale nel modo di esercitare la loro professione in poche settimane, io sono felice e impressionata. Sono anche basita dalla violenza della reazione di alcuni genitori (ahimé, prevalentemente mamme, per i motivi di cui sopra probabilmente) che non hanno esitato, soprattutto all’inizio, a azzannare alla giugulare persone, metodi proposti, magari a tentoni (oh, chi è che non è andato a tentoni ultimamente???). Trovo che il cambiamento familiare di cui sopra potrebbe davvero giovare anche a una pacificazione più ampia tra persone, settori, ambienti. Perché forse un pezzo di dente avvelenato, in alcuni casi, non arriva dalla “obiettiva valutazione” dell’operato degli altri, delle maestre in questo caso, ma da un senso di ansia e frustrazione che hanno origini diverse, e più lontane.

 

Commenti

  1. Manuela dice:

    Brava Elena, bellissima riflessione, ricca di contenuti e spunti di ulteriore analisi.

    Sono donna lavoratrice, dipendente privata, che non ha mai smesso di lavorare dal 23 febbraio; madre di due bimbi maschi, di 9 e 7 anni, che hanno avuto la didattica a distanza solo in modalità asincrona, vale a dire con scambio di video, audio e schede dalle maestre a cui rinviare settimanalmente le consegne. Moglie di lavoratore autonomo, con 3 dipendenti a carico, che dall’8 marzo al 3 maggio ha dovuto sospendere l’attività e svolgere parzialmente il suo lavoro esclusivamente da casa. Insomma la classica situazione che tu descrivi e che, da donna circondata da 3 uomini, ho cercato di osservare con lucidità per trarre un’opportunità di sano cambiamento. E devo dire di esserci parzialmente riuscita, perché in quel periodo mio marito, da sempre fuori casa 12 ore al giorno, ha svolto alcuni dei principali doveri fino a quel momento appannaggio della sottoscritta (riassettare i letti la mattina, coinvolgere i bimbi nello svolgimento delle attività assegnate dalle maestre, preparare il pranzo con riordino della cucina, andare a fare la spesa). Con il relativo livello di difficoltà che il multitasking necessariamente comporta quando la routine quotidiana diventa non più una scelta ma un’assegnazione (dovuta alla contingenza).
    E prova ne è la riapertura del 4 maggio, dove anche il marito e papà volenteroso come il mio, è stato riassorbito dal vortice del suo lavoro da reinventare con tutti i rischi di sanzioni e di salute per i suoi dipendenti, e i bimbi non sono stati contemplati dalla politica facendo ricadere inevitabilmente sulle mamme ogni tipo di responsabilità.
    Concordo nel non dover sempre cercare all’esterno di noi stessi e dei nostri ambiti di comfort i colpevoli, ma se la pandemia ci ha fatto intravvedere un’alternativa questa deve essere praticabile anche in un regime ordinario. E così non è. A meno di guerre intestine tra le coppie che sfociano inevitabilmente in collaboratrici domestiche e baby-sitter da pagare profumatamente con il risultato di disgregare ulteriormente la famiglia.
    Concludo raccomandando di predicare ancora la parità, praticare la capacità multitasking e usare sempre il buon senso nel distinguere quando si tratta di far prevalere la prima o la seconda.
    Buona vita!

  2. daniela rocco dice:

    Grazie davvero per le riflessioni preziose e condivisibili al 1000%!
    Forse, ora, la cosa davvero utile e prioritaria, al di là della possibilità anch’essa importante di scambiarci pareri ed esperienze personali (tra noi, ci sarà certamente chi deve ancora fare un po’ di strada nel coinvolgere mariti e figli maschi nella “gestione della casa” e spogliarsi delle vesti di “maga tuttofare”, chi deve proprio cominciare, chi invece è a buon punto…), dicevo, la cosa che bisognerebbe fare ora è farsi sentire in modo più organizzato dalle istituzioni e dai media…

    Chiedere loro di valorizzare, tematizzare, di affrontare in modo interdisciplinare le questioni cruciali poste da Elena e quelle sottese.

    Invierei la lettera di Elena ai principali giornali, ai direttori di programmi TV, che dovrebbero allargare un po’ lo sguardo e, finalmente, rendere i loro affondi e approfondimenti meno monomaniaci e più orientati alla qualità della vita, al benessere non solo materiale delle persone, al cambiamento che dovremo necessariamente affrontare e volgere in positivo. E non certo interpellando solo donne!

    Ahimè, se non si raggiunge la famosa massa critica, la politica farà fatica a prendere atto e a farsi carico delle implicazioni…

    Scriverei alla sociologa Chiara Saraceno perché si faccia latrice, insieme a Piano C, di tutte le istanze sottese al discorso di Elena.
    Gli spunti, come scrive Manuela, sono infiniti…
    In uno spirito come quello di “The Good Lobby” (associazione che si occupa prevalentemente di equità e corruzione). Esplorate… Si possono lanciare campagne

    Buona giornata a tutte e a tutti! Daniela

  3. MARIAPAOLA MAURI dice:

    Grazie per le riflessioni. Mi è piaciuto questo cambio di prospettiva. Sono davvero pienamente d’accordo che questo cambiamento deve soprattutto toccare alcuni stereotipi di genere fortemente radicati nella nostra società. Io ho una figlia di 8 anni e sono lavoratrice autonoma e in questo periodo, benchè a regime ridotto, non ho smesso di lavorare. Avendo uno studio e lavorando da sola ho avuto la fortuna di non essere obbligata a lavorare da casa. Per cui mio marito, perennemente collegato in smartworking (a ogni ora del giorno e della notte -ebbene sì, bisognerà mettere qualche paletto anche qui!), si è però accollato la gestione dei compiti di mia figlia. E io devo dire che gli ho lasciato campo libero. Secondo me quello che possiamo fare noi donne è imparare a delegare ai nostri mariti. E’ il primo importante passo per dare l’esempio ai nostri figli! E io sono felice di crescere una figlia femmina per la quale sia normale che il papà lavori da casa e si ingegni a trovare il tempo per aiutarla con i compiti. O che lo veda qualche volta apparecchiare o fare una lavatrice!

  4. Barbara dice:

    Buon pomeriggio, sono Barbara lavoratrice dipendente in smartworking dal 6 marzo con un bimbo di 5 anni, sola perché vedova. Come sempre ho dovuto far ricorso all’aiuto dei miei genitori, che hanno comunque voluto trascorrere con noi questo lock down. Purtroppo le mentalità, per molti lavorare in Smart working significa essere pagati x non fare nulla, non si cambiano facilmente neanche davanti ad una pandemia e a tanti morti. Sono arrabbiata con le istituzioni che danno la sensazione di essersi dimenticati dei bambini e della scuola. Qualche amica insegnante mi ha detto ma x voi mamme la scuola è un parcheggio, non ho voluto rompere un’amicizia ma purtroppo continuo a pensare che in Italia l’unico lavoro x una donna mamma è nella scuola; se sai fare altro non puoi fare altro che arrangiati.

  5. Eleonora Gironi dice:

    Buon pomeriggio a tutti,
    sono una donna, mamma, moglie imprenditrice che non si è mai avvalsa di baby sitters per scelta, né di nonni perché raramente disponibili. Io e mio marito abbiamo entrambi un’attività in proprio e per scelta quando i bambini erano piccoli io, non avendo nonni a disposizione ho lasciato il mio lavoro con la promessa che avrei poi ripreso una volta piu’ grandi. A 5 e 9 anni dei miei figli ho mantenuto la promessa con me stessa ho studiato a capo fitto per reinventarmi e un po’ per caso e tanto per passione ho aperto la mia attività in proprio ritagliandomela su misura sui miei orari per gestire comunque i miei figli avvalendomi solo di una signora delle pulizie due volte alla settimana. Ho iniziato lavorando da casa e cercando di “incastrarmi” con gli orari lavorativi di mio marito
    . E’ stato difficile, impegnativo, ma mi ha forgiato e ora che ho un ufficio con collaboratrici da gestire in smart working devo dire che sto ripercorrendo quello che facevo qualche anno fa ora avendo i figli piu’ grandi e abbastanza autonomi, ma dovendomi occupare dei collaboratori, colazioni, pranzi e cene e casa da pulire. ….E’ dura ma per me lo é sempre stata! pero’ credo anche che ogni esperienza forgi e plasmi per eventi futuri, certo mi piacerebbe che il luogo comune di chi lavora autonomamente e sfrutta gli altri venisse un po’ sfatato. Gli imprenditori rischiano sempre in prima persona sopratutto se sono donne e hanno famiglia e pochi aiuti.
    Pero’ è anche una soddisfazione quando sai di aver creato dal nulla qualcosa solo con le tue mani e che tutto quello che hai costruito l’hai costruito con le tue forze, il tuo intelletto e senza prestiti da nessuno se non 2.000 euro prestati e resi in pochi mesi ai tuoi genitori.
    Ora non ho nemmeno ricevuto i 600 euro, e non so perché. So pero’ che sto pagando comunque i miei collaboratori in attesa di concludere qualche nuova trattativa e pagando comunque fior di tasse…io comunque sono convinta che quando operi onestamente tutto prima o poi ti ritorni, almeno nel mio lavoro per me è stato cosi…certo che sarebbe bello che i professori, gli avvocati che ci governano posassero lo sguardo su queste cittadine che cercano di spendersi al massimo per la loro famiglia e per il loro paese e cercassero di dargliene almeno un riconoscimento sia morale che di soddisfazione e di dignità. Vi assicuro che fa male essere sviliti e non considerati dopo aver lavorato giorno e notte senza timbrare il cartellino sia per la famiglia, coi lavori domestici che per lo Stato per pagare le imposte ed in ultimo, se rimane qualcosa per se stessi. Tutto cio’ perché convinti di aver la possibilità di gestire il proprio tempo utilizzando i propri talenti impiegandoli per se stessi e per la comunità.
    Le donne imprenditrici, oneste e ligie al proprio lavoro ed alla propria famiglia andrebbero secondo me valorizzate ed aiutate ed apprezzate dal proprio Paese per poter esprimere al meglio le proprie doti. Tutti hanno diritto a dei premi di produzione e di risultato quando sono dipendenti ..e noi imprenditori dallo Stato invece mai nessun riconoscimento per tutto cio’ che creiamo? Sarebbe bello e normale in un paese meritocratico. L’Italia lo é? Lascio alle istituzioni e alle cariche che ci governano la penna o la tastiera per rispondere. Grazie.

  6. Martina dice:

    Ciao Elena, e grazie per la riflessione che ha colto nel segno, aprendomi al dubbio e costringendomi a scrivere queste considerazioni nel tentativo di fare un po’ di chiarezza soprattutto a me stessa.
    Se infatti temo che una parte non irrilevante di donne e uomini italiani non si ponga neppure lontanamente il problema della parità, è anche amaramente vero che parte di noi “predica parità e pratica multitasking”, il che è, naturalmente, una gigantesca contraddizione.
    Inevitabile allora l’annosa questione se nasce prima l’uovo o la gallina: un’effettiva condizione di pari opportunità delle donne, di cui la condivisione dei compiti di cura è la base “sine qua non”, nasce dall’individuo o dal collettivo? Dalle singole case o dalle scelte politiche?
    Difficile non ammettere per logica che l’uno non possa esistere senza l’altro, e viceversa.
    Eppure secondo me c’è anche un’altra considerazione da fare, perché alla responsabilità del singolo credo solo in parte.
    Faccio qualche esempio per me lampante.
    Per anni abbiamo pensato che un sistema produttivo sostenibile sarebbe potuto partire dalle scelte singole dei consumatori che, attraverso un consumo consapevole, avrebbero costretto il mercato a scegliere prodotti e modelli produttivi più attenti all’ambiente e alla giustizia sociale, ma come vediamo il pianeta è sull’orlo del collasso ecologico e il mercato ha adattato sé stesso affinché la sostenibilità altro non sia che un ulteriore marchio per quella nicchia di consumatori che può permetterselo.
    O un esempio di ancora più stretta attualità: in questi mesi ci viene costantemente ripetuto che il comportamento del singolo è determinate nel limitare il contagio pandemico, ma in Lombardia verifichiamo con amarezza che distanziamento sociale e mascherine possono davvero poco lì dove mancano investimenti, strutture, coordinamento e politiche a tutela della salute delle persone.
    Hai citato le suffragette, che all’epoca erano sicuramente una minoranza schiacciante ma senza dubbio erano anche frutto di un preciso contesto storico, politico e culturale, ovvero quello seguito alla Rivoluzione Francese del “libertè, EGUALITE’ fraternitè” il cui spirito si era diffuso in Gran Bretagna e Stati Uniti. Due nazioni che, vuoi per la solidità della monarchia parlamentare inglese, vuoi per la novità dell’assetto democratico statunitense e della sua costituzione ultra libertaria, sul piano di diritti civili e pratiche riformiste erano certamente un altro universo rispetto ad una democrazia fragile come quella italiana, stretta tra post-fascismo e Stato Pontificio.
    Diciamocelo senza mezzi termini: noi qui abbiamo votato per la prima volta nel 1946, mentre, a proposito di Jacinda Arden e Sanna Marin, in Nuova Zelanda il voto femminile è arrivato nel 1893 e in Finlandia nel 1906….
    Lì le donne erano più “avanti” o era più avanti la “coscienza collettiva”, intesa anche come il frutto di un contesto politico radicalmente diverso?
    C’è stato un momento in cui, devastata dal carico tra lavoro e gestione familiare, ho costruito una sorta di calendario settimanale in cui ogni minima incombenza domestica (dallo smaltimento della spazzatura alle lavatrici, dai pasti ai compiti scolastici, dall’acqua delle piante ai panni ritirati dallo stendino e riposti negli armadi, dalle pulizie alle chat di classe) era segnata con un pallino di un colore diverso in base a chi la eseguiva, e il risultato è stato scatenare una guerra familiare: troppa l’evidenza di quante fossero le incombenze date automaticamente per scontate, e quello che era nato come uno schema di supporto alla loro condivisione è stato stracciato in mille pezzi nella convinzione che fosse una sfida risentita allo status quo.

    Pensa. Questo è avvenuto in un ambiente mediamente privilegiato e “acculturato” e soprattutto fuori dal contesto drammatico della pandemia e dei suoi inevitabili conflitti domestici, ovvero quando ancora chi tra noi aveva la fortuna e la determinazione di lavorare poteva contare sull’aiuto di altre donne nei lavori di cura, che è quanto il modello economico in cui viviamo ci ha concesso per permetterci di partecipare alla vita produttiva… un aiuto scomparso con il lockdown e ora fortemente penalizzato dalla crisi economica.
    Meglio così, dici tu, forse è questa l’occasione buona per lavorare a un’equa divisione dei compiti a casa? Speriamo davvero.
    Ma quello che voglio dire è che se, come nel nostro paese, il gender gap è sedimentato a livello storico, culturale e politico e se, come sta avvenendo in tutto il mondo, la storia è caratterizzata da corsi e ricorsi e noi, evidentemente, ci stiamo vivendo una pericolosa fase reazionaria, si deve certo tentare di conquistare un minimo di parità a partire dalle mura domestiche ma senza una convergenza collettiva di proposte e una loro corrispondente rappresentazione e concretizzazione politica difficilmente il cambiamento potrà coinvolgere i nostri tinelli e le nostre case. In ogni caso, certo, iniziamo almeno a provarci.

  7. valeria dice:

    Ciao mamme, anch’io sono mamma di due pre-adolescenti e dal 6 Marzo sono in smart working full time con mio marito che fa altrettanto. Ho cercato di adattare tempi della giornata facendo “stare” nelle 15 ore di veglia: 8/9 ore di lavoro da remoto (intenso, in call conference, relazione coi clienti, budgeting da rispettare, convivendo con la paura – sono a Bergamo la zona più colpita in Italia dal Coronavirus – e il timore di non fare abbastanza perdendo il lavoro), supporto alla didattica a distanza dei bambini-ragazzi, lavori domestici (ovviamente la collaboratrice domestica è stata a casa), cucina, spesa e supporto ai genitori anziani. Qual è il problema della “parità” con mio marito in questo periodo di isolamento e della ahimè caduta nel multitasking femminile? Che mio marito guadagna più di me, ha un ruolo di maggior responsabilità in azienda, quindi era naturale che dei due fossi io ad occuparsi del resto… E’ una questione di parità professionale: finché gli uomini continueranno in Italia ad avere ruoli manageriali e apicali più delle donne, è una battaglia persa, perchè la logica farà sempre propendere per sbilanciare i compiti di cura e casa a chi dei due ha minor impatto sul sostegno economico della famiglia.

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