#CtoWork Le donne possono avere tutto, ma non nello stesso tempo

C to Work

Sono le donne, professioniste, che stanno partecipando alla terza edizione di C to Work, il programma di Piano C che rimette in moto le italiane senza lavoro. Leggi le loro presentazioni, segui il racconto della loro esperienza e condividi i loro traguardi. Ogni giorno sul blog di Piano C con l’hashtag #CtoWork

Questa frase di Paola Giorgi, che ho sentito alla Social Media Week 2015, descrive molto bene la mia filosofia e, forse anche una delle motivazioni di fondo al mio essere una “mamma tris” piuttosto giovane. Sono fermamente convinta che ci siano fasi della vita in cui la famiglia richiede un notevole dispendio di energie e assuma un ruolo preponderante, mentre in altre sarà il lavoro fuori casa ad avere uno spazio maggiore. La mia scelta di partire dalla prima è sicuramente in controtendenza e suscita non di rado una bella dose di curiosità.

Questo è uno dei motivi che mi hanno spinta ad aprire un blog, in coincidenza con la mia terza gravidanza.

In effetti, In tempi “di crisi”, la scelta della maternità viene vista da molti come una sorta di salto nel vuoto, ma soprattutto come il coronamento di una vita già perfettamente impostata su tutti i fronti. Penso sia sicuramente giusto avere delle basi di serenità da poter assicurare ai figli, e parlo in primis di una situazione di equilibrio personale ed affettivo, prima ancora che lavorativo. Allo stesso modo però, penso che anche “camminare” con i propri figli, ricevere da loro, prima e forse più ancora che dare, sia un dono inestimabile, che si va perdendo.

Questo perché il mondo che ci circonda fa di tutto per eliminare situazioni potenzialmente “provanti”. Checché ne dicano le pubblicità in stile Mulino Bianco, avere dei figli è sicuramente un evento rivoluzionario, con tutto il carico e l’accezione potente del termine. È quanto di più vicino riesca ad immaginare, curiosamente, proprio al concetto di “crisi”: una nascita manda in frantumi tutti i vecchi equilibri che credevi saldi, solo per ricomporre una nuova immagine, più bella di prima. Per chi, però, ne ha una visione edulcorata, l’impatto sarà molto forte, altro che!

La maternità: crisi “anticrisi”

In questi ultimi sei anni ho imparato delle lezioni grandissime, che si fa molta fatica a ricevere altrimenti: non le trasmettono più i nostri genitori stessi, non le insegnano i capi e tantomeno guru e manuali. Se anche si trovassero nel programma di qualche “offerta formativa”, non avrebbero mai la naturalezza così immediata e genuina che assumono nelle personcine di quei pestiferi angioletti.

Una delle primissime lezioni che si imparano (dalla comparsa delle fatidiche due linee sul test), è quella per cui ogni progetto di valore richiede pazienza e cura. Le grandi imprese necessitano di ritmi che a volte è sano e persino doveroso rallentare. La gravidanza, in Italia, è sempre in bilico tra un’esagerata medicalizzazione che degenera in ipocondria e, all’opposto, la sindrome della medaglia al merito in cui la gestante non deve perdere un colpo e può (anzi, deve) stare in pista fino alla scadenza e da subito dopo.

Un’altra grande lezione che ho fatto mia è che, per quanto noi donne abbiamo una smania di controllo innata, ci sono eventi della vita che non dipendono unicamente da noi: ci superano e sono, in parte, inafferrabili. La nostra illusoria onnipotenza subisce una bella picconata dalle dinamiche del parto spontaneo: ci piacerebbe stilare un piano preciso in cui il bambino non può decidersi al giovedì perché il marito è via per lavoro, ma nemmeno di domenica, che non c’è l’anestesista di turno o la vasca libera per le più fricchettone. Peccato che difficilmente la faccenda prenderà le pieghe che auspichiamo e gli scherzetti sono sempre in agguato dietro l’angolo. Ad esempio: io avevo un cesareo fissato per il 19 marzo con Lorenzo che era rimasto podalico, ma ho rotto le acque due sere prima e il papà, dislocato momentaneamente in Toscana, ha rischiato di perdersi l’evento! Una bella lezione di umiltà e “take it easy” che vale quanto un corso avanzato di mindfulness, pagato a colpi di banconote sonanti, volete mettere?

La terza prova che attende l’ingenua puerpera è la palestra di diplomazia a cui sarà sottoposta suo malgrado: è dura scantonare le eccessive confidenze di estranei che si sentono improvvisamente autorizzati a dirvi che la vostra pancia è troppo a punta/troppo tonda/troppo grande/troppo piccola (e magari smanacciarla pure). O evitare morti e feriti in faide familiari per la scelta del nome del nascituro. Per non parlare del peggio: sopportare pazientemente oscuri presagi non meglio specificati: “ahh, quando sarà nato, vedrai….!”, il tutto condito da espressioni misteriose e gesti plateali che lasciano intendere qualche segreto innominabile da far invidia alla Confraternita di Skulls e Bones.

Di queste, ed altre prospettive sulla maternità, parlo nel mio blog www.theswingingmom.com che è un po’ una piazzetta virtuale in cui chiacchiero di “cose di mamme” ma non “da mamme”. Senza, insomma, l’atmosfera da “casta” chiusa che purtroppo si crea facilmente tra donne e in particolare su un tema in cui è facilissimo scadere nel “se non hai figli non puoi capire” da un lato e “parla solo di pannolini e pappette” dall’altro. Se passate per la via, fate un fischio e sarete le benvenute!

Sabina Frauzel
C to Work, terza edizione

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