Noi donne vogliamo tutto, ed è tempo che accada

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Alla vigilia dell’8 marzo un collega mi ha spinto a fare delle riflessioni sul rapporto tra vita e lavoro, tra far figli e voler lavorare, con alcune domande un po’ provocatorie: siete sicure voi donne che la voglia legittima e sacrosanta di voler far carriera non vi spinga a rinunciare a fare figli? Per che tipo di parità lottate, per il diritto di dedicare anima e corpo al lavoro dimenticandovi della famiglia?

Io credo che il tema sia proprio smettere di pensare che siamo di fronte a una scelta che esclude. Perché scegliere tra vita e lavoro? Perché far figli deve essere in contrapposizione con la realizzazione personale che per molte e molti (non per tutti per carità) passa anche dal lavoro? Chi e cosa oggi ci impediscono di affermare e difendere la possibilità di un progetto inclusivo? Un progetto che tenga insieme le molteplici dimensioni che compongono la nostra vita, la famiglia, il lavoro, le passioni, i sogni? Perché essere obbligati a scegliere e non combattere tutte e tutti perché nessuna e nessuno sia più obbligato a scegliere?

Io non credo che le donne che oggi (e tutto l’anno) si indignano e combattono contro la profonda disparità di genere presente nel mondo e nel nostro Paese vogliano ridurre quel divario obbligando le donne a rinunciare a qualcosa.

Le donne vivono sulla loro pelle un disagio profondo per un progetto di società che non è umano e che non ha futuro. Il mondo del lavoro si è formato e strutturato su un modello maschile, sia nei tempi di gestione che nell’idea di leadership e nella misura del successo, e impone ancora oggi alle donne per prime la scelta tra famiglia e lavoro; le neolaureate al primo colloquio così come le giovani professioniste dopo i primi anni di successo lavorativo sanno che prima o poi dovranno scegliere, e che se legittimamente vorranno avere dei figli dovranno rinunciare al loro progetto professionale.

Per gli uomini non è così. Non ci sono vie di mezzo, non è così e basta. Il tempo che si è costretti a dedicare al lavoro di cura non è uguale, e lo stesso vale per le rinunce e i compromessi. E non stiamo parlando solo dei primi mesi della vita di un bimbo, in cui la cura è necessariamente prima di tutto materna, e che tra l’altro rappresentano un tempo irrisorio rispetto agli anni di vita lavorativa che oramai ci aspettano; stiamo parlando della responsabilità totale della cura della famiglia: figli, casa, anziani.

E non va bene neanche per loro, gli uomini. Io non invidio la carriera e le posizioni apicali di un uomo: per raggiungerle probabilmente sarei costretta a rinunciare ad un pomeriggio libero con le mie figlie o a un colloquio con le loro maestre, a diventare una sorella o una zia che si perde le ricorrenze di famiglia, a dimenticarmi che ho delle passioni da coltivare o a incrinare l’alleanza e la complicità con il mio compagno che è fatta anche della fatica di tenere in piedi una casa. E io amo il mio lavoro e mi piace farlo bene, faccio tardi perché ho una scadenza, mi capita di viaggiare per lavoro e ne sono felice, sono ambiziosa e ho un progetto professionale nel quale mi realizzo, in cui credo e che voglio “faccia carriera”. Che sia chiaro.

Semplicemente nella mia testa e nel mio cuore una cosa non esclude l’altra.

Questo progetto inclusivo, in cui nessuno è obbligato a scegliere, se lo meritano le donne e anche gli uomini. Non siamo in guerra su questo: dobbiamo solo decidere che è arrivato il momento di scardinare dei modelli oramai stantii e disfunzionali, dobbiamo smettere di fermarci di fronte all’ennesimo “è impossibile cambiare il sistema”, dobbiamo uscire dalla nostra comfort zone e sperimentare altri modelli in famiglia, nella coppia, al lavoro. Dobbiamo immaginare soluzioni nuove, forse più difficili, magari meno consone; dobbiamo sbagliare, scontrarci con i pregiudizi e gli schemi duri a morire, fare fatica e ricevere rifiuti per poi scoprire che l’impossibile inizia ad essere possibile.

Commenti

  1. Riccarda dice:

    Piano C ha avuto la fortuna di incontrare una direttrice generale che fará crescere questo sono e dará una possibilitá alla nostra evoluzione.

  2. Luisa morandini dice:

    Condivido tutto quello che è stato scritto. Ma non credo sia lineare o facile. Credo che – per diversi motivi, culturali, sociali, storici, fisiologici, psicologici ecc. potrei aggiungere una lunga serie di aggettivi – fare un figlio per un uomo non è lo stesso che fare un figlio per una donna. Davvero non voglio cadere in facili luoghi comuni o in inutile “femminismo” cieco. Non ho l’età né anagrafica né mentale per farli. Né la voglia. Mi piacerebbe – davvero – che ci si incontrasse e se ne parlasse e si trovasse un modo per fare qualcosa di costruttivo ( e non distruttivo) e utile e funzionale. Per gli esseri umani. Per le donne. Per gli uomini. Accettando i propri limiti, le differenze , ma anche le possibilità. Quelle vere. Cosa posso proporre?

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