Dall’etimologia al concetto di valore

Quando ho iniziato a lavorare sul concetto di talento per questo articolo, ho pensato a come declinare il tema per costruire un percorso di senso. Quale personaggio portare ad esempio? Quale suggestione o evento per spiegare cosa significhi avere talento? Poi, l’illuminazione: se vogliamo parlare di talento, partiamo dalla domanda più semplice: che cosa è il talento?

editoriale per Piano C a cura di Alessandro Bora 


Socrate, il più grande filosofo greco classico, non faceva altro che indagare la realtà in un dialogo alla continua ricerca del τί ἐστι , “il che cos’è?” dei valori, delle cose, delle idee. Suggerendo con schiettezza questa semplice domanda, si trovava a cogliere in fallo i suoi interlocutori, svelando la loro supposta conoscenza ma effettiva ignoranza. Dopotutto era lui, in primis, ad ammettere che l’unica cosa di cui fosse certo era di non sapere.

Partendo da questa domanda, proviamo insieme a dare almeno una definizione del talento.
Così, senza pensarci troppo, in cinque secondi: cos’è il talento?

1…2…3…4…5! Siete riuscite a trovare un significato univoco e a dare un senso compiuto alla vostra definizione di talento? Immagino di no. Le parole hanno mille sfumature, mille significati e soprattutto un’origine composita. Proviamo allora a fare un viaggio a ritroso per ripercorrere il significato della parola e la ricchezza delle sue sfaccettature.

L’etimologia del termine trae origine dal greco τάλαντον, talanton, e significava bilancia, peso, ma anche da tolanam, ovvero sollevare, pesare. Già ne sentivamo parlare nell’Iliade. Quest’idea di peso, misura, presto si applicò, nella Grecia classica ma anche in Babilonia, nel mondo romano ed in Egitto, all’oggetto pesato: il talento divenne quindi una moneta, un’unità di massa convenzionale di metalli preziosi. Il talento era dunque peso e valore che andava soggetto a variazioni a seconda del dove e quando. Il talento in Babilonia equivaleva a circa 30,3 kg di argento puro, in Attica, il Talento ateniese (o greco) corrispondeva a circa 26 kg e veniva suddiviso in 60 mine, equivalenti a loro volta a circa 6000 dracme.

Proseguiamo passando per il Vangelo di Matteo, con la Parabola dei Talenti: questa, riassumendola sommariamente, narra le vicende di un padrone che in partenza per un viaggio affida dei beni ai servi. Cinque talenti ad un servo, due talenti a un secondo servo e al terzo un talento. I primi due servi riescono a raddoppiare l’importo della somma ricevuta in partenza, mentre il terzo, che va a nascondere e sotterrare il talento ricevuto, ovviamente non aumenta di nulla il valore. Tornato, il padrone, elogia l’operato dei primi due servi e condanna il comportamento dell’ultimo. La morale di questa parabola evangelica si potrebbe ritenere un po’ veniale, fatto sta che fu decisiva nel significare la parola come metafora dell’intelletto, dell’ingegno, del pensiero e della mente.

Il connubio tra i due significati è presto detto ed anche molto interessante, parliamo di talento ed è peso, unità di misura, moneta, intelligenza nell’investimento e dunque valore.

Questo è oggi, convenzionalmente, quello che crediamo essere il talento: l’abilità naturale, l’inclinazione, la capacità di far qualcosa bene. Essere talentuosi in qualcosa vuol dire che ciò ci riesce bene, che eccelliamo naturalmente in una materia e questa nostra capacità ci porta a produrre un valore.

Parlando del valore che l’avere un peculiare talento può apportare, neanche a farlo apposta, ci pare di ricostruire un cerchio preciso dove torniamo all’origine del termine, a quel Talento che era unità di misura dell’argento puro, quel Talento che era moneta.

Perché, anche oggi, non è forse questo il Talento? Non è esso stesso ricchezza e al contempo capacità di produrre ricchezza? Un talento ben sfruttato dà frutti importanti.

Cosa trarre da tutte queste considerazioni?

Secondo noi uno spunto di riflessione personale: quali sono i vostri talenti? Li conoscete, li sapreste elencare e, soprattutto, siete sicure che li state sfruttando?