La trappola di Wonder Woman

Da tempo nel parlare della quotidiana fatica di tenere insieme vita e lavoro cerco di non utilizzare più la parola conciliazione. Mi sono stancata di usarla perché la sento polverosa, mi parla di passato e non futuro, obbliga tutte e tutti a pensare che scelte personali e scelte professionali siano necessariamente in conflitto [...]

editoriale di Sofia Borri

Mi sono stancata di tavole rotonde, gruppi di lavoro, progetti, politiche, discussioni in cui il tema della conciliazione viene trattato come un tema tutto al femminile: riguarda le donne e se non sono loro a farsene carico, ne rimarranno schiacciate. 

Sull’altare della conciliazione, come un fatto di natura, noi donne dobbiamo sacrificare aspirazioni e desideri: non puoi avere tutto, prima te ne fai una ragione e meglio è.

Se vuoi investire nel tuo lavoro, impegnarti al massimo in un progetto in cui credi, immaginarti capace di dar forma ai tuoi sogni, necessariamente dovrai pagare un prezzo alto, nel migliore dei casi in carrellate di sensi di colpa, nel peggiore rinunciando a un pezzo di vita che ti sta a cuore.

Sicuramente sentendoti inadeguata.

È sotto gli occhi di tutti come in questo ultimo anno e mezzo le cose siano tutt’altro che migliorate. In una situazione drammatica, di grandi preoccupazioni e di oggettiva necessità, le donne non si sono tirate indietro, in famiglia e nel lavoro, pronte a coprire le mancanze e le assenze della scuola, dei servizi, dello stato, del proprio marito. Perché se c’è da prendersi cura, sappiamo e desideriamo farlo, a maggior ragione in un momento così difficile.

Questa nostra meravigliosa capacità di cura ha però un lato oscuro, che si nutre della retorica della Wonder Woman: una supereroina che grazie al magico potere del multitasking, lusinga e croce delle donne, regge all’infinito pronta a farsi carico di tutto.

Educate al sacrificio e alla rinuncia, noi donne siamo ancora troppo convinte che il nostro valore dipenda da quanto siamo in grado di sopportare. Alla lunga questa capacità di sacrificio rischia di essere una gabbia: finché continueremo a misurare il nostro valore in base a quanto riusciamo a reggere senza lamentarci e senza chiederci quanto questo ci allontani dai nostri progetti e dai nostri desideri, sarà difficile esprimere tutto il potenziale del nostro talento.

Non si tratta di essere egoiste, di smettere di dedicarci con cura e amore a chi amiamo, ma di essere presenti a noi stesse, regalarci spazi di vita e di relazioni più liberi e paritari, in cui anche le nostre famiglie possano crescere e migliorare. Con noi. E non solo grazie a noi.

Per tutti questi motivi e perché usare parole diverse mi aiuta a immaginare un mondo diverso ho iniziato a parlare di sinergia invece che di conciliazione.

Vita e lavoro non solo non sono in guerra, ma sinergicamente concorrono ad uno stesso fine: un progetto di vita e di lavoro che ci corrisponda, che rifletta i nostri desideri e nel quale esprimere tutto il nostro valore.

Il segreto è smettere di sentirci lacerate tra i diversi ruoli e compiti che attraversano le nostre giornate, come una torta che si disintegra progressivamente dividendosi in porzioni sempre più piccole, nella convinzione che se ci dedichiamo a qualcosa o qualcuno con impegno e cura, necessariamente smettiamo di offrire lo stesso impegno e la stessa cura ad altre sfere della nostra vita. 

Ricordiamoci che creare alleanze ci aiuta nel cambiamento e che le alleanze giuste spesso sono dove meno te l’aspetti, anche dentro casa: iniziamo raccontando i nostri desideri, dando voce al nostro talento, abbandonando l’abito da Wonder Woman e la zavorra di sensi di colpa.

Impariamo a sentirci forti della complessità delle dimensioni che quotidianamente teniamo insieme con la testa e con il cuore.

Forti perché più consapevoli, forti perché meno sole, forti perché capaci di provare ad avere tutto.

Senza paura.