Come lavorare sulla propria autostima dopo i 40 anni 22 Ottobre 2026
“Non sono abbastanza brava.” È una delle frasi più comuni che ci diciamo, spesso in silenzio. Ma da dove viene? E soprattutto: è davvero nostra? Un viaggio attraverso voci, relitti e navi da non affondare, per imparare a distinguere ciò che siamo da ciò che ci siamo raccontate di essere.
a cura di Cristina Coppellotti - Responsabile della Formazione, Sviluppo di Carriera, Diversity & Inclusion @Piano C
“Non sono abbastanza brava.”
La conosciamo bene, questa frase. A volte la diciamo ad alta voce, più spesso la pensiamo e basta: prima di un colloquio, quando dobbiamo chiedere un aumento, quando ci viene in mente di candidarci per un lavoro che ci sembra troppo ambizioso. O quando guardiamo il percorso di un’altra persona e ci pare di essere rimaste indietro, di esserci perse qualche pezzo per strada.
Ma che cosa vuol dire, davvero, avere autostima?
Forse prima ancora dovremmo chiederci un’altra cosa: chi ha scritto la storia che ci raccontiamo su noi stesse?
Chi decide chi siamo?
In Autobiography of Red, la recente premio Nobel Anne Carson prende Gerione, il mostro della mitologia greca che nel mito è lì per essere ucciso da Eracle, e gli dà la parola. Il suo Gerione è un ragazzo rosso e alato, fotografo, che si innamora, ha paura, guarda il mondo. Non è più “il mostro”: è il protagonista della propria storia.
La voce, poi, è un tema a cui Carson ha dedicato anche un saggio, The Gender of Sound. Partendo dalla cultura greca antica, mostra come il suono prodotto dalle donne sia stato associato a ciò che si considerava incontrollato, animalesco, eccessivo, mentre la voce maschile, profonda e padrona di sé, si legava più facilmente all’autorità.
Ancora oggi una donna può temere che la propria voce sia troppo alta, troppo emotiva, troppo incerta, poco autorevole. E così non ci siamo limitate a subire il silenzio che storicamente ci è stato imposto: abbiamo imparato a imporcelo da sole. Prima di parlare in riunione ci chiediamo se quello che stiamo per dire sia abbastanza intelligente. Ammorbidiamo una richiesta. Ci scusiamo prima ancora di aver aperto bocca. Evitiamo di essere troppo assertive per non sembrare aggressive.
Finiamo per sentirci noi “fuori norma”, come se allontanarsi dall’idea implicita di ciò che è percepito come autorevole, competente o appropriato fosse una nostra mancanza. Forse una parte del lavoro sull’autostima è proprio recuperare la voce: non cercare il tono giusto per essere finalmente accettate, ma concederci una voce nostra, con il suo volume, il suo accento, le sue esitazioni e la sua energia.
La storia che ci raccontiamo su noi stesse ha una struttura simile. Spesso la nostra immagine è fatta di definizioni raccolte lungo la strada: non sono portata per i numeri, non sono una leader, sono troppo timida, non sono abbastanza qualificata, ormai è troppo tardi. Qualcuna può contenere un pezzo di verità. Il guaio comincia quando smette di essere una descrizione provvisoria e diventa identità.
Non è la stessa cosa dire: non so ancora fare questa cosa e non sono capace di fare questa cosa.
Nel primo caso resta uno spazio per imparare. Nel secondo la porta l’abbiamo già chiusa noi e quella definizione si cristallizza dentro di noi.
Lavorare sull’autostima può cominciare proprio da qui: distinguere ciò che siamo da ciò che ci siamo raccontate di essere.
Scendere nel relitto
Nella poesia Diving into the Wreck, Adrienne Rich racconta un’immersione dentro un relitto. Prima di scendere la protagonista si prepara con cura: legge il libro dei miti, carica la macchina fotografica, controlla il filo del coltello, indossa l’attrezzatura. Poi va giù. Quello che vuole vedere con i propri occhi è la cosa in sé, non il mito che le è stato costruito intorno.
È un’immagine che funziona molto bene per il lavoro su di sé, perché non sempre ci serve costruire un’immagine migliore di noi. A volte ci serve guardare meglio quella che abbiamo già.
Da dove viene l’idea che non siamo abbastanza? Chi ci ha fatto capire che essere ambiziose non stava bene, anzi era sconveniente? Che chiedere significava pretendere troppo? Che sbagliare voleva dire non essere all’altezza? Che una certa professione non faceva per noi?
E quali di queste convinzioni sono ancora nostre?
Scendere nel relitto non vuol dire scavare nel passato all’infinito. Vuol dire provare a separare i fatti dalle interpretazioni, le esperienze dalle sentenze e dai giudizi definitivi che ci abbiamo costruito sopra.
E se fossimo noi a far naufragare la nave?
Un’altra immagine di naufragio arriva dalla musica. In Ship to Wreck, Florence + The Machine canta di quel lato autodistruttivo che salta fuori proprio quando abbiamo costruito qualcosa. La domanda che resta in sospeso è scomoda: perché a volte boicottiamo, o addirittura demoliamo, quello che abbiamo messo in piedi?
Sul lavoro lo conosciamo bene. Vediamo un annuncio che ci interessa e rileggiamo il CV dieci volte, convinte di non essere all’altezza e indecise se inviarlo; otteniamo un colloquio e ci mettiamo a immaginare tutte le domande a cui non sapremo rispondere; ci propongono più responsabilità e il primo pensiero è che qualcuno abbia sbagliato persona.
Non sempre è mancanza di competenza. (Spoiler: nella maggioranza dei casi non lo è). Spesso è la fatica di riconoscerci nel ruolo che stiamo cominciando a occupare.
Questa fatica prende forme diverse: minimizziamo i risultati, li attribuiamo alla fortuna o all’aiuto di qualcun altro, non ci candidiamo se non abbiamo tutti i requisiti, facciamo fatica a chiedere un riconoscimento economico, ci sentiamo sempre in dovere di dimostrare qualcosa in più. Presi uno alla volta non definiscono nessuna di noi e non sono per forza un problema; possono però essere indizi utili per osservare come valutiamo le nostre capacità.
A volte tutto questo viene chiamato “sindrome dell’impostore”. L’hanno descritto per la prima volta nel 1978 le psicologhe Pauline Clance e Suzanne Imes, osservando donne con risultati brillanti convinte di non meritarli e di essere sul punto di venire smascherate. Non è una diagnosi clinica ed è un’esperienza molto diffusa, che si fa sentire soprattutto nei passaggi di ruolo e negli ambienti in cui ci si sente poco rappresentate. Non serve attaccare un’etichetta a ogni dubbio: può essere più utile chiederci quali prove abbiamo del nostro valore, quali competenze stiamo ancora sviluppando e quali aspettative, nostre o altrui, stiamo cercando di soddisfare.
Così diventiamo molto esigenti con noi stesse: rimandiamo, ci prepariamo all’infinito, cerchiamo un’ulteriore certificazione, aspettiamo di sentirci finalmente pronte.
Il guaio è che la sensazione di essere pronte potrebbe non arrivare mai.
La fiducia si costruisce anche facendo
Qui ci aiuta Albert Bandura: il concetto che lo ha reso famoso non è l’autostima, cioè il valore che ci attribuiamo nel complesso, ma l’autoefficacia: la convinzione di essere in grado di affrontare un compito o una situazione specifica. Sono due cose imparentate ma distinte. Posso sentirmi pienamente degna e non avere nessuna fiducia nella mia capacità di parlare in pubblico, o il contrario.
Secondo Bandura la fiducia nelle nostre capacità non nasce dal pensare positivo. La fonte più potente sono le esperienze dirette: affrontare qualcosa, riuscirci, sbagliare e riprovare, scoprire di aver retto una situazione che prima ci sembrava enorme. Contano anche vedere persone simili a noi che ce la fanno, le parole di chi crede in noi e il modo in cui il corpo vive l’ansia, ma l’esperienza resta il punto di partenza. E ogni volta che l’esperienza smentisce un “non sono capace”, può cambiare un po’ anche l’idea che abbiamo di noi.
Per questo, a volte, la domanda utile non è: “Mi sento abbastanza sicura per farlo?” ma: “Qual è il passo più piccolo che posso fare per scoprire se posso farlo?”
Una candidatura, una telefonata, una conversazione con qualcuna/o che fa quel lavoro, un progetto pilota, una presentazione davanti a poche persone… Fare, osservare, correggere, riprovare. La fiducia può arrivare dopo.
La paura di esporsi, di candidarsi o di affrontare un colloquio è un tema che abbiamo già esplorato parlando di come trasformare la paura in una maestra. Anche qui, il punto non è aspettare che la paura scompaia, ma capire che cosa possiamo imparare attraversandola.
Vedere le competenze che abbiamo smesso di vedere
C’è anche un esercizio molto concreto. Prendiamo un foglio e, invece di scrivere solo che cosa so fare, rispondiamo a queste domande:
Quali problemi so risolvere?
In quali situazioni le altre persone si rivolgono a me?
Che cosa ho imparato facendo, anche fuori dal lavoro?
Quali difficoltà ho attraversato che oggi so gestire meglio?
Quasi sempre le competenze più importanti sono quelle che non consideriamo tali. Organizzare, mediare, assscoltare, tenere insieme persone diverse, imparare in fretta, trovare una soluzione quando manca la procedura, ricominciare… Ciò che facciamo bene tendiamo a darlo per scontato. Riconoscerlo non vuol dire montarsi la testa: vuol dire avere un’immagine di sé un po’ più aderente alla realtà.
In alcuni casi, tendiamo a minimizzare le nostre capacità e i nostri risultati, quasi che riconoscerli apertamente fosse un segno di presunzione. Questa tendenza viene talvolta descritta come humility bias, come ci ricordava Irene Caprì, Senior HR Business Partner & Team Leader di ABB, DE&I Professional Certificata e parte di I am remarkable, durante il nostro Assessment di selezione del percorso Piano C Factory di qualche giorno fa.
Il punto non è imparare a celebrare ogni cosa che facciamo, né convincerci di essere più brave di quanto siamo, ma riuscire a valutare il nostro contributo con la stessa attenzione con cui valutiamo quello che ci manca.
Riconoscere il proprio valore è un primo grande passo; trovare le parole per raccontarlo è un altro. Come abbiamo visto parlando di storytelling professionale, raccontarsi non significa costruire un’immagine perfetta di sé, ma imparare a dare voce alla propria esperienza, alle competenze e al valore del proprio lavoro, senza sentirsi in dovere di dimostrare di essere impeccabili.
L’autostima non è solo una questione individuale
Resta un ultimo pezzo, e non è secondario: quando si parla di autostima il rischio è trasformare tutto in un problema personale: se non credi abbastanza in te stessa, lavora su di te.
Gloria Steinem ha scritto un libro intero sull’argomento, Revolution from Within (1992), tenendo insieme la dimensione personale e quella politica. Il rispetto di sé, in effetti, non può vivere del tutto separato dal mondo in cui ci muoviamo.
Un ambiente che svaluta di continuo, gli stereotipi di genere, le esclusioni che si ripetono, la precarietà, un carico di cura distribuito male, una cultura organizzativa che premia sempre gli stessi comportamenti: tutto questo incide sulla percezione che abbiamo delle nostre capacità, e a fondo.
Virginia Woolf lo aveva intuito quasi cent’anni fa. In Una stanza tutta per sé (1929) scrive che per creare servono anche condizioni materiali: tempo, denaro, uno spazio. Per questo lavorare sull’autostima non può voler dire imparare a sopportare meglio contesti che ci fanno stare male. Può voler dire anche chiederci:
Dove riesco a esprimere le mie capacità?
Con chi mi sento riconosciuta?
Quali contesti mi permettono di crescere?
Dove, invece, passo il tempo a dimostrare di valere?
Da dove cominciare, concretamente?
Invece di aspettare di sentirsi più sicure per cominciare, si può partire da piccoli gesti.
Nei prossimi giorni prova a:
- Intercettare una frase automatica. Quando ti accorgi di pensare “non sono capace”, “non sono abbastanza”, “non fa per me”, fermati e trasformala in una domanda: quali prove ho? Che cosa non so ancora fare? Che cosa potrei imparare?
- Fare l’inventario delle tue competenze. Scrivi almeno cinque cose che sai fare bene, comprese quelle che dai per scontate. Se fai fatica, chiedi a una persona che ti conosce: “Che cosa pensi che io sappia fare particolarmente bene?”
- Cercare una prova, non una conferma. Scegli una cosa che vorresti fare e che stai rimandando perché non ti senti pronta. Non devi farla tutta dall’inizio alla fine, dalla a alla z: individua il primo piccolo esperimento possibile.
- Riconoscere una storia che non ti appartiene più. Completa la frase “Ho imparato a pensare che io sono una persona che…” e poi chiediti: è ancora vero? È sempre stato vero? Chi me l’ha insegnato?
- Guardare il contesto. Se ti senti sempre inadeguata, chiediti: è davvero tutto dentro di me? Oppure c’è qualcosa nell’ambiente in cui mi trovo che contribuisce a farmi sentire così?
- Tenere traccia delle piccole prove di efficacia. Per una settimana, a fine giornata, annota una cosa che hai gestito, risolto, imparato o affrontato. Non deve essere straordinaria: l’obiettivo è allenare lo sguardo a vedere ciò che funziona, non solo ciò che manca.
Se vuoi partire dal lavoro, osserva i comportamenti che si ripetono. Quanto spesso ridimensioni un risultato appena raggiunto? Aspetti di sentirti perfettamente pronta prima di proporti? Sai raccontare con chiarezza il contributo che porti, o ti viene più spontaneo elencare quello che ti manca? Non sono domande per giudicarti: servono a riconoscere gli automatismi che a volte restringono le possibilità.
Guardarsi con occhi nuovi
Forse lavorare sull’autostima non vuol dire diventare necessariamente più sicure, più assertive o più performanti. Vuol dire conoscersi meglio: riconoscere le competenze che abbiamo costruito, mettere in discussione le definizioni che ci stanno strette, capire quali sono i nostri limiti veri e quali invece sono paure che abbiamo scambiato per limiti. E fare qualche passo senza aspettare di sentirci del tutto pronte.
Forse il contrario dell’insicurezza non è la sicurezza ma è la possibilità di muoversi e agire anche quando sicure non siamo.
Adrienne Rich scende nel relitto per vedere che cosa c’è davvero; Florence Welch si chiede perché a volte affondiamo la nostra stessa nave; Anne Carson restituisce una voce a chi il mito aveva già definito e reso muto mentre Bandura ci ricorda che la fiducia si costruisce con l’esperienza.
Possiamo tenere insieme tutte queste immagini. Non dobbiamo convincerci di essere perfette, di essere invincibili. Possiamo imparare a guardare meglio la nave che abbiamo costruito, capire dove vogliamo andare e che cosa ci serve per affrontare il viaggio. Senza pretendere di avere già tutte le risposte, ma senza lasciare che il dubbio su ciò che ancora non sappiamo ci impedisca di riconoscere ciò che abbiamo da sempre e ciò che abbiamo imparato fino a qui.

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