L’empowerment femminile genera davvero libertà? 16 Settembre 2026
Ma libertà da cosa esattamente? E se l’empowerment fosse lo strumento che abbiamo a disposizione per ritrovare il nostro spazio e il nostro potere?
L’empowerment funziona quando restituisce alle donne il potere creativo e generativo che nei secoli è stato affossato e relegato a qualcosa di minore, svalutandolo.
Ritrovare il proprio potere, riattivarlo ci permette di realizzare sì la nostra libertà, ma soprattutto tornare a sentire e fidarsi di quel potere originario e usarlo ogni giorno per realizzarci in ogni ambito della nostra vita.
In questo articolo non c’è nessuna pretesa, ma un piccolo viaggio nel tempo con qualche spunto di riflessione. Se cerchi una guida completa su cosa significhi empowerment, sui suoi meccanismi e su come metterlo in pratica ti consiglio di leggere Guida all’empowerment femminile. Ora facciamo un passo indietro, per chiederci cosa c’entri davvero l’empowerment con la libertà.
L’empowerment è ovunque
Corsi, articoli, stickers, hashtag. Poi durante le consulenze di storytelling emerge che le professioniste non pubblicano sui social contenuti professionali perché temono il giudizio altrui. Hanno paura di far sentire la propria voce.
Oppure professioniste competenti che non si candidano perché non hanno tutti i requisiti richiesti al 100%, e ancora donne che non chiedono l’aumento o fanno fatica a stilare preventivi.
Professioniste che quando devono dire quanto costa un servizio, il loro tono della voce si abbassa e inizia a vacillare.
Eppure le competenze ci sono, e sanno anche di valere, ma non si sentono autorizzate a occupare spazio con quel valore perché non c’è fiducia in se stesse.
Non si sentono libere di mostrarsi.
Quello che manca dunque è il permesso.
Il permesso di incarnare il proprio potere.
Di donna e professionista.
La Grande Dea
Immagino che il pensiero nel leggere l’introduzione sia corso veloce al patriarcato come causa di questa perdita di potere. Ma io non sono un’esperta. Quello che vorrei offrire è uno spunto di riflessione su ciò che potrebbe esserci stato prima dell’arrivo del patriarcato. E no, la risposta non è matriarcato.
Nel XIX secolo gli archeologi trovarono prove che dimostravano l’esistenza di società neolitiche dove le donne non erano subordinate agli uomini. Se non erano società patriarcali, allora dovevano essere per forza matriarcali? Questa affermazione non era supportata dai dati.
“Il sistema da cui proveniva la cultura di matrice materna antecedente agli Indoeuropei, era molto diverso. Dico di matrice materna e non matriarcale perché quest’ultima desta sempre idee di dominio, ed è semanticamente contrapposta al patriarcato. Quella era una società equilibrata, non è vero che le donne fossero talmente potenti da usurpare tutto ciò che fosse maschile. Gli uomini occupavano le loro legittime posizioni, facevano il proprio lavoro, avevano i loro compiti e avevano anche il loro potere. Ciò è riflesso nei loro simboli dove si trovano non solo dee ma anche dei. Le dee erano creatrici, creavano da se stesse.”
Anche la stessa Gimbutas in questa intervista sembra correggere l’immagine di un dominio femminile assoluto a favore di un equilibrio tra i generi. Studi archeologici più recenti mettono in dubbio non solo il matriarcato ma la centralità simbolica del femminile, per cui si sarebbe trattato “semplicemente” di società egualitarie.
Un esempio spesso citato di civiltà evoluta è la Creta minoica. Anche qui l’immagine di una società matrilineare e pacifica, resa celebre dagli archeologi di inizio Novecento, è oggi vista con cautela. Quello che resta, comunque, è una società dove il femminile non veniva relegato a un ruolo subalterno.
Per questo tutto ciò che viene definito come “femminile”, dal prendersi cura, alla compassione, alla non violenza, non venne svalutato, anzi. É qui che vediamo ancora in azione la libertà di dare vita a un potere che non è in opposizione a qualcun altro ma che è impegnato in un processo di co-creazione per il bene collettivo.
“Il potere era visto come potere che si realizza, vale a dire come la capacità di creare e di mantenere la vita. Era potere di, e non potere su: il potere di illuminare e di trasformare la coscienza umana e con essa la realtà.”
E quel potere, andato sommerso come la città di Atlantide, si è dovuto travestire per sopravvivere.
Cose da donne o esempio di empowerment?
Il potere creativo femminile e di autoaffermazione, reso silente dai secoli, ha trovato di nuovo una via per realizzarsi…ad esempio con ago e filo. È così che dalla civiltà minoica della bellezza creativa passiamo infatti alle arti minori – femminili ovviamente-: cucito, ricamo, maglia, uncinetto.
Ma proprio perché etichettate come “cose da donne” e per questo sottovalutate, hanno trovato uno spazio libero dove nessuno controllava, trasformandosi così in un nuovo linguaggio che al posto della voce aveva abili mani che tessevano dando vita a vere e proprie opere d’arte di inestimabile valore, sia per l’abilità, sia per il significato che incarnavano.
Con le arti minori le donne hanno ritrovato la libertà di dire quello che la voce non poteva dire.
Le arti minori femminili erano l’unico spazio concesso alle donne: le donne l’hanno fatto proprio trasformandolo in un potente alleato per andare oltre le censure, creare legami e ritrovare la propria libertà di essere e di espressione, ma anche per trovare soluzioni alternative.
Qualche esempio.
Maria Stuarda, la sfortunata regina di Scozia, era una ricamatrice provetta: nella sua lunga prigionia si dedicò al ricamo, ma non era solo un passatempo, era un vero e proprio diario autobiografico che è sfuggito ai controlli e arrivato fino a noi. La regina ricamò tra gli altri un topolino che fuggiva disperatamente da un gatto rosso alludendo ai capelli rossi di Elisabetta I, la sua carceriera. Come lei, tante altre donne, avrebbero usato il ricamo per tenere traccia delle proprie esperienze autobiografiche.
Gli Arpilleras cileni. Durante la dittatura di Pinochet, le donne cilene ricamavano le storie dei desaparecidos. I ricami venivano contrabbandati fuori dal paese per denunciare le violazioni dei diritti umani che la stampa ufficiale negava.
E poi, come racconta Domitilla Dardi nel suo libro Cucire Universi, nel 1997 la matematica Daina Taimina ha realizzato una dimostrazione pratica dello spazio iperbolico, rimasto per secoli senza rappresentazione.
Taimina l’ha realizzato. Come? Grazie all’uncinetto.
E che dire di Ada Lovelace.
Figlia del poeta Lord Byron e della matematica Anna Isabella Milbanke oggi è riconosciuta come l’inventrice del primo programma per computer della storia.
La matematica era una appassionata di tessiture, ricami e uncinetti.
“Possiamo dire che la macchina analitica tesse schemi algebrici proprio come il telaio Jacquard intreccia fiori e foglie”
Come racconta Dardi nel libro, è da questa intuizione di Ada Lovelace che nasce il primo algoritmo della storia a cui poi ha dato l’incipit per la nascita dei nostri computer.
Il potere femminile anche quando viene escluso dai canali ufficiali non sparisce, trova strade alternative e i vantaggi che si creano sono evidenti. Se il filo e l’ago sono stati la versione individuale di questo potere, cosa succede quando lo si esercita insieme? Facciamo un salto in Islanda.
Un giorno senza donne: è possibile?
Ma cosa accadrebbe se per un giorno le donne facessero sciopero?
La risposta sta nel Long Friday : il 24 ottobre 1975 in Islanda il 90% delle donne si assentò dal lavoro e dalle proprie case, rifiutandosi di lavorare, cucinare e prendersi cura della famiglia.
Il risultato è stato un’accelerazione verso la parità di genere in terra islandese e ha reso l’Islanda “il miglior posto per essere donna”. Quel giorno le donne islandesi hanno dimostrato con l’azione di essere consapevoli del proprio potere personale e di quanto la libertà delle donne passi anche dal riconoscimento del lavoro invisibile.
Le donne che hanno dato il via a questa rivoluzione sociale sono state in grado di riappropriarsi del proprio potere e fare rete, non per dominare sugli uomini ma per creare delle condizioni che potessero giovare a tutti e tutte e rendere uno stato all’avanguardia nei diritti di genere.
Si sono riappropriate della libertà di dire basta a un sistema che si reggeva sull’invisibilità del lavoro femminile.
Ritorno al 2026
Rieccoci qua: Creta minoica, società di matrice materna, arti minori, le donne d’Islanda: cosa c’entra tutto questo con un articolo sull’empowerment femminile e la libertà?
Ci offre un quadro più ampio della situazione, una nuova visione in cui la donna ha il potere per generare la propria libertà di essere, di creare e di generare.
E in questo momento in cui c’è il desiderio di costruire qualcosa di nuovo, più in linea con il nostro sentire e con i nostri talenti, abbiamo la prova che quella società più pacifica e giusta che vorremmo costruire non è un’utopia, ma affonda le radici in qualcosa che è già stato possibile ed è replicabile.
Se l’empowerment vero è fiducia nel proprio potere generativo allora oggi può davvero portare alla libertà di realizzarsi.
Ma tra noi e questa libertà si mette spesso di mezzo un ciclo che conosciamo bene: il dubbio che ci trattiene (mi candido anche se non ho tutti i requisiti?), che ci rende invisibili (non me la sento di pubblicare questo post su LinkedIn), che toglie la voce e ci blocca (non sono sicura di chiedere l’aumento), e via con un altro giro in cui ogni dubbio ne genera un altro.
L’empowerment femminile rompe quel ciclo con atti concreti di fiducia in se stesse:
– Nominare il proprio valore ad alta voce.
– Occupare spazio pubblico senza aspettare l’autorizzazione di nessuno.
– Coltivare una pratica, un mestiere, un linguaggio proprio per riscoprire il proprio potere creativo.
Rompere il ciclo significa questo: smettere di aspettare il permesso e darcelo da sole. Ed è lì, in quell’atto quotidiano di fiducia, che l’empowerment femminile diventa finalmente libertà.
Se leggendo questo articolo qualcosa ti risuona, il dubbio prima di candidarti, la voce che si abbassa quando parli del tuo valore, il desiderio di ripartire da te stessa, forse è il momento di ritrovare il tuo potere. Piano C Factory è pensato proprio per questo: per darti gli strumenti e un nuovo metodo per rimetterti in gioco, senza aspettare il permesso di nessuno.
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Riferimenti bibliografici
Intervista a Marija Gimbutas: https://moonspeaker.ca/Amazons/OtherFeministProjects/GimbutasInterview1995.pdf
Campbell-Eisler-Gimbutas-Musés, I nomi della Dea – Il femminile nella divinità, Ubaldini Editore 1992
Domitilla Dardi, Cucire universi – Perché le arti minori e femminili non esistono, Einaudi 2026

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