Riprogettazione professionale femminile

Riprogettazione professionale: come reinventarsi dopo i 40 anni 19 Febbraio 2026

Il lavoro cambia insieme a noi e, soprattutto dopo i 40 anni, molte donne iniziano ad avvertire con più chiarezza la spinta verso un’evoluzione lavorativa, insieme al desiderio di avviare una riprogettazione professionale. Non è un piano B, ma una fase di transizione in cui nasce il bisogno di dare una forma nuova, più allineata e autentica, al proprio lavoro e al valore che si vuole portare nel mondo.

articolo formativo a cura di Cristina Coppellotti - Responsabile della Formazione, Sviluppo di Carriera, Diversity & Inclusion @Piano C

Cos’è la riprogettazione professionale (e perché riguarda sempre più donne)

C’è un momento, nella vita professionale di molte donne, in cui una domanda si affaccia con più insistenza delle altre. Non è necessariamente una crisi, non un crollo, più spesso è una presa di coscienza: questo lavoro mi rappresenta ancora? Oppure: sono diventata più grande del ruolo che ricopro? O ancora: c’è un altro modo, più mio, di lavorare?

Sono domande che incontriamo spesso anche nelle storie di riprogettazione professionale che raccogliamo nella rubrica Che storia!, come nel racconto di chi ha attraversato una transizione lavorativa profonda e ha scelto di ripensare il proprio percorso con più intenzionalità.

A volte stimolate dall’essere diventate madri, “Se devo stare lontano da mi* figli*, che almeno possa fare qualcosa che ha un impatto sul mondo”, altre volte da eventi, anche faticosi e dolorosi, che rendono improvvisamente evidente che il lavoro di prima non basta più, non regge più, non rappresenta più.

Ci sono donne che arrivano dopo una riorganizzazione aziendale o una perdita di ruolo, e scoprono, con sorpresa, che l’identità professionale su cui avevano investito tutto non è così solida come pensavano.

Donne che hanno retto per anni contesti disfunzionali e, superata una certa soglia, sentono che il costo emotivo è diventato troppo alto.

Alcune arrivano dopo una pausa lunga di cura, figli, genitori anziani, familiari fragili, e si accorgono che non vogliono “solo rientrare”, ma rientrare in modo diverso. Con più senso, più autonomia, più scelta.

Altre ancora non sono in crisi, almeno non apparentemente. Hanno un buon lavoro, una carriera “rispettabile”, stabilità. Ma sentono una distanza crescente tra ciò che fanno e ciò che sono diventate. Valori cambiati, priorità evolute, desiderio di contributo più diretto o di maggiore libertà progettuale.

Ci sono poi le donne che hanno sempre lavorato bene “per altri”, dentro organizzazioni, team, strutture, e a un certo punto sentono emergere una spinta verso il lavoro autonomo, l’essere freelance, la consulenza, la creazione di qualcosa di proprio.

E infine ci sono quelle che arrivano con una frase semplice ma potente: “Non so ancora cosa voglio fare ma so quello che non voglio proprio più.” Ed è, spesso, un ottimo punto di partenza.

È qui che nasce la riprogettazione professionale. Non come piano B, ma come nuova fase di consapevolezza, come evoluzione.

Parlare oggi di riprogettazione professionale femminile, di cambiare lavoro a 40 anni, di reinventarsi e costruire nuovi percorsi per le donne non è più parlare a una nicchia: è una necessità sociale e culturale.

I percorsi lineari non funzionano più, se mai hanno funzionato davvero, e la maturità professionale non è un limite, ma al contrario è un moltiplicatore di possibilità. A patto di avere strumenti, metodo e sguardo.

Perché la carriera lineare non funziona più

Per anni ci hanno raccontato che la carriera fosse una scala: studio, ingresso, crescita, stabilità. In realtà le carriere vere sono più simili a mappe: deviazioni, pause, cambi di direzione, ritorni, salti laterali. E spesso, dopo i 40 anni, questa verità diventa evidente.

Molte donne arrivano a questa soglia con un bagaglio ricchissimo: esperienze aziendali, gestione di progetti, team, complessità, relazioni, cura, organizzazione, resilienza. Eppure, proprio qui, può emergere una sensazione paradossale: sentirsi meno spendibili, meno visibili, meno cercate.

È qui che serve cambiare paradigma. Non più “che lavoro devo scegliere?” ma “come progetto la mia prossima fase professionale?”

L’approccio del career design — reso popolare dal libro Designing Your Life di Bill Burnett e Dave Evans, coerente con il nostro metodo Work Design — propone un’idea semplice e potente: non si pianifica la carriera una volta sola, la si progetta continuamente, passo passo, esperienza dopo esperienza, per iterazioni. Gli autori scrivono:

“You don’t design your life once. You design it again and again.”

Non esiste la scelta perfetta. Esiste il processo di progettazione continuo.

Riprogettazione professionale e Squiggly Career

Negli ultimi anni ha avuto crescente risonanza il concetto di The Squiggly Career, sviluppato da Helen Tupper e Sarah Ellis. Secondo questo modello, la traiettoria professionale non è una linea dritta, né una semplice curva, ma qualcosa di irregolare, adattiva e non predicibile, un vero e proprio “percorso squiggly” che riflette:

  • cambiamenti personali e di contesto,
  • competenze acquisite in modi non lineari,
  • transizioni multi-fase,
  • ritorni a ruoli precedenti con prospettiva diversa.

Il punto di The Squiggly Career non è che tutto debba essere casuale, ma che non possiamo più pretendere che esista un singolo percorso “ideale” o predeterminato. Questo concetto è liberatorio: riconosce la complessità e allo stesso tempo offre una cornice valida per progettare con fiducia.

Così come suggeriscono Tupper ed Ellis, la carriera oggi è un sistema dinamico, che richiede non solo competenze tecniche, ma anche capacità di adattamento, consapevolezza di sé e resilienza. In questo senso la riprogettazione professionale non è un salto nel vuoto. È un processo, a volte circolare, con ritorni e affinamenti.

Carriere più lunghe, più transizioni

Se guardiamo alle ricerche più recenti sulla longevità — come il New Map of Life della Stanford Center on Longevity, coordinato da Laura Carstensen — emerge un dato chiave: le carriere non saranno più lineari né concentrate in un unico ciclo.

Vivremo e lavoreremo più a lungo, attraversando più transizioni, pause, riqualificazioni e ripartenze.

In questo scenario, la riprogettazione professionale dopo i 40 anni non è un’eccezione, ma una competenza strategica.

Oltre il modello “studio–lavoro–pensione”

Il modello “studio–lavoro–pensione” lascia spazio a percorsi flessibili e multilivello. Le transizioni diventano parte normale della traiettoria professionale, non segnali di instabilità. Anche la formazione cambia: non più concentrata all’inizio della vita, ma distribuita nel tempo. Tornare a imparare, aggiornarsi o cambiare direzione, anche attraverso percorsi per le donne orientati al freelance o al rientro, significa valorizzare l’esperienza, non azzerarla.

Le organizzazioni, inoltre, funzionano meglio quando sono anagraficamente diverse: l’incontro tra sguardi junior ed esperienza senior genera più qualità e innovazione. Reinventarsi professionalmente dopo i 40 anni, quindi, non è un piano B: è una risposta intelligente a come sta evolvendo il lavoro.

Cambiare lavoro dopo i 40 anni: il tema dell’ageismo

Se parliamo di lavoro e donne over 40 in molte suonerà un campanello d’allarme.

Diciamolo con chiarezza: l’ageismo esiste. Nei processi di selezione, nella cultura organizzativa, nelle narrazioni implicite del “potenziale giovane”. Dopo una certa età, soprattutto per le donne, il mercato tende a leggere più i costi che il valore.

Riconoscerlo è necessario. Fermarsi lì no.

Le ricerche sulle transizioni di carriera mostrano che per riuscire a cambiare con successo in età matura non serve negare il contesto, ma cambiare strategia: riposizionare il proprio contributo, rendere leggibile il proprio valore, aggiornare linguaggio e strumenti.

La lezione (inaspettatamente seria) di Younger

La serie tv Younger, che è approdata di recente su una delle piattaforme di streaming dopo 10 anni dal suo lancio e che sto guardando nell’ultimo periodo quando ho bisogno di rilassarmi un po’,racconta la storia — volutamente paradossale — di una quarantenne che, per rientrare nel mondo del lavoro editoriale dopo una lunga pausa, finge di avere 26 anni. È una commedia, certo. Ma sotto la superficie leggera offre spunti profondi su lavoro, età, identità e adattamento.

Il messaggio non è “nascondi la tua età”. È un altro: l’esperienza è una risorsa, ma l’adattamento può essere vitale.

La protagonista ha successo non solo perché finge di essere giovane, ma perché porta maturità, etica del lavoro, capacità relazionale e insieme sviluppa apertura, curiosità, aggiornamento tecnologico, linguaggio contemporaneo. La serie mette in scena una verità utile: la rilevanza professionale nasce dall’incontro tra esperienza e apprendimento continuo.

Cosa possiamo “prendere in prestito” simbolicamente da una ventiseienne, senza per forza fingere di esserlo?

Curiosità dichiarata. Disponibilità a testare. Permesso di imparare. Mentalità prototipale. Energia esplorativa. Un bel po’ di coraggio. Consapevolezza dell’importanza della sorellanza.

Reinventarsi professionalmente non significa ricominciare da zero

Una delle paure più frequenti quando si pensa di cambiare lavoro a 40 anni è questa: “devo ripartire da capo?”. La risposta, quasi sempre, è no. La riprogettazione professionale non è cancellazione è ricombinazione.

Competenze, reti, apprendimenti, errori, intuizioni: tutto entra nel nuovo progetto. Molte capacità sviluppate negli anni come negoziazione, lettura dei contesti, gestione delle persone, problem solving sono altamente trasferibili, anche se non sempre sono scritte nel job title.

Una delle studiose più autorevoli sul cambiamento di carriera è Herminia Ibarra, docente di comportamento organizzativo e autrice del libro Working Identity. Il suo contributo è particolarmente importante perché smonta un mito molto diffuso: l’idea che prima si debba “capire perfettamente cosa si vuole” e solo dopo muoversi.

Ibarra mostra, attraverso anni di ricerca sulle transizioni di carriera, che il processo funziona spesso al contrario. Le persone che cambiano con successo non aspettano la risposta perfetta: sperimentano ruoli, contesti, conversazioni, micro-progetti. Attraverso l’azione chiariscono la propria nuova identità professionale.

Scrive:

“We learn who we are in practice, not in theory.”

Non è l’introspezione pura a generare il cambiamento, ma l’esplorazione guidata. Non serve avere tutto chiaro all’inizio. Serve iniziare a testare e mettersi alla prova su un terreno nuovo.

Non solo, spesso il nuovo lavoro nasce dalla ricombinazione di ciò che già sappiamo fare con interessi e desideri che fino a quel momento erano rimasti ai margini, come raccontiamo anche quando parliamo di come una passione possa trasformarsi, nel tempo, in un progetto professionale sostenibile.

Due scenari di riprogettazione professionale femminile

Nel primo scenario c’è una donna occupata che sente però uno scarto crescente tra sé e il proprio lavoro. Non è necessariamente insoddisfatta in modo drastico, ma percepisce una distanza: valori cambiati, interessi evoluti, competenze sottoutilizzate, desiderio di maggiore impatto o autonomia.

Qui la parola chiave non è “lasciare”, ma “ripensare”. La reinvenzione professionale non è distruzione di ciò che c’è stato: è ricombinazione. Le competenze accumulate, gestione della complessità, relazioni, decisioni, negoziazione, cura dei processi, diventano materiale progettuale.

Il rischio più grande in questa fase è cercare la scelta perfetta prima di muoversi. La pratica più efficace è invece quella del prototipo: conversazioni esplorative, affiancamenti, progetti laterali, formazione mirata, sperimentazioni a basso rischio. Piccoli passi intenzionali che generano dati reali su cui decidere.

Ibarra osserva che chi cambia con successo costruisce “ponti di identità”: attività temporanee che permettono di abitare gradualmente il nuovo ruolo prima del salto completo.

Il secondo scenario è diverso e più delicato. Una donna che ha perso il lavoro o che vuole rientrare dopo una pausa lunga: cura familiare, maternità, assistenza, malattia, interruzione forzata. Qui entrano spesso in gioco vulnerabilità, perdita di fiducia, solitudine e senso di esclusione dal mercato.

In questo caso la riprogettazione professionale ha una doppia funzione: strategica e identitaria. Non si tratta solo di trovare un lavoro, ma di ricostruire posizionamento e narrazione.

L’ageismo e i bias sull’interruzione di carriera sono reali. Se ignorarli la loro esistenza può non essere l’approccio giusto, è altrettanto vero che molte competenze maturate fuori dal lavoro formale, organizzazione, gestione di imprevisti, coordinamento, responsabilità, sono competenze trasferibili, se rese visibili.

La leva principale diventa il riposizionamento: dopo aver imparato a vedersi con nuovi occhi e a riconoscere il proprio valore, dopo aver ascoltato i bisogni del mondo del lavoro, è necessario aggiornare strumenti e linguaggi, rendere visibile il valore, attivare reti relazionali, accettare eventualmente un punto di rientro non identico al punto di uscita, ma coerente con una traiettoria di rilancio.

In questa fase il supporto esterno fa una differenza enorme: mentoring, community, percorsi guidati, gruppi di confronto. Perché il rientro non è solo una ricerca di ruolo: è una ricostruzione di voce professionale.

Prototipare invece di decidere: il metodo che funziona

Molte persone restano bloccate perché cercano la decisione giusta prima di muoversi. L’approccio del design suggerisce il contrario: muoviti in piccolo, testa, osserva, aggiusta. Gli autori di Designing Your Life sintetizzano così:

“Build your way forward — don’t think your way forward.”

Non serve il salto nel vuoto. Servono esperimenti intelligenti: progetti pilota, collaborazioni brevi, affiancamenti, docenze, side project. La chiarezza arriva dall’azione, non il contrario.

Raccontarsi meglio: cv, storytelling e posizionamento

Dopo i 40 anni il CV cronologico potrebbe non bastare più. Serve una narrazione di coerenza: filo rosso, pattern, apprendimenti, direzione. Non “ho fatto questo e poi questo”, ma “questo è il tipo di valore che so generare”.

Richard N. Bolles, autore del classico What Color Is Your Parachute?, scriveva:

“The key to a successful job search is knowing yourself.”

Conoscersi, e sapersi raccontare, diventa parte integrante della riprogettazione.

Perché non farlo da sola

La riprogettazione professionale funziona meglio in contesti di confronto: mentoring, community, percorsi guidati. Perché il cambiamento di carriera non è solo tecnico, ha a che fare con la propria identità. Serve uno spazio in cui essere viste, legittimate, allenate alla voce professionale.

Non è troppo tardi. Non è fuori tempo.
È il momento giusto per scegliere con più verità chi si vuole essere nel lavoro.
E costruirlo, passo dopo passo.

La riprogettazione professionale non è un percorso da affrontare in solitudine. In Piano C lavoriamo proprio su questo: dare metodo, spazio e linguaggio alle transizioni professionali delle donne, soprattutto nei passaggi più delicati della carriera.

Se stai attraversando una fase simile trovi percorsi, una community e strumenti per non dover “inventare tutto da sola”.

Raccontaci in che momento della tua vita professionale ti trovi e decidiamo insieme quale dei nostri percorsi o consulenze fanno al caso tuo. Scrivici!